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Il portiere che allena i portieri: Alessandro Brazzini
Intervista al più simpatico dello spogliatoio: “Potevo avere una carriera migliore, ma mi hanno rovinato le donne: troppo poche…”

31-12-2019 14:03 - News Generiche
Se Vanni Burzagli è uno dei migliori portieri della categoria, una parte del merito è anche del suo personalissimo mister, Alessandro Brazzini, al Grassina da quattro anni: “Sono arrivato con Del Grosso e Rocchini. Venivo dalla Fortis dove avevo allenato in Serie D, eppure fin dal primo colloquio a Grassina ho potuto vedere l’entusiasmo e la programmazione delle grandi squadre. E’ riduttivo dire che la società abbia svolto un gran lavoro solo l’anno scorso: il Grassina ha programmato negli anni il suo cammino, avvicinandosi progressivamente alla D prima di centrarla in pieno con mister Innocenti. Mi piacerebbe ricordare che a Grassina tutti danno il massimo per far sì che il calcio si sviluppi al meglio: Morando e Michele sono due custodi fondamentali per la nostra attività, Colucci è un dirigente fra i più preparati, e l’entusiasmo di Tommaso Zepponi ha fatto spesso la differenza”.

I tuoi allievi sono quattro: Burzagli, Cecchi, Basile e Bertini.

“Quattro ragazzi strepitosi. Io prima di guardare il portiere mi concentro sulla persona, e devo dire che ho la fortuna di lavorare con dei ragazzi seri, professionali e sempre disponibili a seguirmi nei miei allenamenti. Con loro mi piace creare alchimia, portarli a divertirsi in campo come del resto capita a me: adoro movimentare gli allenamenti per cercare di dar loro qualcosa in più”.

Quanto è migliorato Burzagli in questo anno e mezzo?

“Moltissimo. Sotto il profilo tecnico-atletico è sempre stato a livelli medio-alti, e devo dire che non si è mai reso autore di errori ingenui o di distrazioni. Sul piano tecnico riesce sempre a migliorarsi e a mio avviso può ancora crescere. Fortissimo”.

Come si fa ad impostare una preparazione estiva coi portieri?

“Quello che consiglio ai miei portieri è di stare attenti alla fase di inattività: è deleteria e nel peggiore dei casi dura anche più di tre mesi. Così bisogna tenersi in movimento tra piscina e bicicletta, in modo da tenere il fisico sempre sulla corda. Do loro un programma che dovranno svolgere un mese prima dell’inizio della preparazione, in modo da arrivare il più preparati possibile al raduno. Per quanto riguarda la preparazione vera e propria, invece, considero sempre la prima settimana come un periodo di adattamento, le due settimane centrali le dedico alla costruzione e al lavoro fisico, l’ultima settimana (quella immediatamente prima dell’inizio del campionato) è incentrata sulla velocità, sulla forza e sulle palle inattive”.

E durante la settimana come ti muovi?

“Sotto il profilo tecnico si lavora per la prima metà della settimana sotto l’aspetto fisico, più che altro sulla forza e sull’esplosività. Dalla seconda parte di settimana si cambia: il giovedì si lavora sulla rapidità, il venerdì sulle palle inattive e si cercano di riproporre gli sviluppi della gara del fine settimana. L’obiettivo si sposta piano piano sul situazionale”.

Com’è cambiata negli anni la figura del portiere?

“Quando giocavo io c’era ancora il retropassaggio che si poteva prendere con le mani e i rinvii me li faceva sempre il libero, per cui puoi immaginare quanto fosse differente il calcio rispetto ad ora. La figura del portiere si è tanto evoluta, le regole del calcio hanno imposto un progressivo adattamento alle nuove norme: l’ultima è di poter passare il pallone dentro l’area. Io parto da un presupposto semplice: prima parare, poi giocare. Non ci dimentichiamo che siamo portieri, il nostro primo pensiero deve essere quello di non far varcare la linea di porta alla palla: poi, per carità, bisognerà essere bravi ad impostare perché non neghiamo che il portiere moderno gioca spesso coi piedi. Il portiere è compagno di gioco, non più compagno di porta. Lavoriamo in sintonia con gli schemi della squadra e partecipiamo, il portiere ora non è un estraneo ma viene considerato giocatore di campo”.

Com’era Brazzini tra i pali?

“Una schiappa (ride, ndr). Come giocatore ho preso parte a tutte le categorie dall’Eccellenza in giù, ma non ero nulla di che. Posso dire che mi hanno rovinato le donne, nel senso che erano troppo poche!”

E’ andata meglio da allenatore, allora?

“Direi proprio di sì, perché ho riscosso più successo, arrivando fino alla Serie D. Da giocatore ho sempre vinto poco, mentre da allenatore, soltanto da quando sono a Grassina, ho vinto un campionato Juniores èlite, un campionato di Eccellenza e la Supercoppa. A Grassina ho trovato squadre che mi ha messo a disposizione ottimi portieri, fin da Paoletti e Carlucci. La Juniores èlite i primi tempi aveva Salucci e Merlini, anche loro molto bravi”.

Torniamo ai temi di campo: il girone di andata del Grassina va in archivio con ottime sensazioni.

“Non c’è altro che da essere super contenti. Non ci dimentichiamo che siamo una neopromossa, per cui siamo sopra ogni più rosea aspettativa. Sono d’accordo coi ragazzi quando si dice che forse ci mancano punti, ma il nostro percorso del girone di andata non deve essere legato solo alla fredda classifica: teniamo presente che il lavoro di staff tecnico e squadra è strepitoso e va oltre i 28 punti. A Grassina ci si allena alle sei e mezzo di sera, a differenza di altre realtà che hanno modo di scendere in campo alle tre e magari fanno pure la doppia seduta. Si preparano le partite in maniera approfondita e seria, come solo mister Innocenti e Daniele Pierguidi sanno fare: il loro lavoro è certosino, attento ai dettagli, ed il loro successo è strameritato. Abbiamo poi la fortuna di disporre di un gruppo unito, con la giusta sinergia, e questo porta a far bene la domenica: la stagione per ora è stratosferica, dovremo essere bravi a confermare quanto di buono fatto”.

Ti piace confrontarti con qualcuno in particolare riguardo al tuo lavoro?

“Il confronto c’è ogni domenica coi preparatori avversari: è buona usanza andare a salutarli e poi confrontarsi sulle tipologie di allenamento. Ma non solo: mio fratello Paolo allena i portieri a Dicomano, e in famiglia parliamo soltanto di calcio, considerando che mio zio è stato portiere con Valcareggi che lo allenava e anche mio babbo ha ricoperto il ruolo, giocando in Serie D con la Cuoiopelli negli anni ’70. Ho contatti con Ermes Fulgoni, colui che ha scoperto Buffon a Parma, ma mi piace l’idea di imparare tutto da tutti: mi fermo spesso al Belmonte a vedere gli allenamenti dei portieri della scuola calcio e cerco di apprendere anche lì. A volte un errore che si fa nel nostro lavoro è di elaborare cose troppo sofisticate: si sbaglia, perchè la semplicità paga sempre”.

Lorenzo Topello



Fonte: ufficio stampa
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